
la mia compagnia mentre ripassa la coreografia
I danzatori, ma è destino che accomuna tutti gli interpreti, utilizzano costantemente la memoria. Le compagnie di danza dedicano intere prove, ore ed ore di ripetizioni, alla memorizzazione delle lunghe sequenze di movimenti che costituiscono le coreografie. Le prove di questo tipo sono noiose e faticose, specie per me, che non sono mai stato molto veloce a meccanizzare. A dire il vero non sono l’unico, ci sono anche ballerini molto famosi che hanno bisogno di ripassare continuamente la coreografia per non confondersi mentre la eseguono.
Questa fase del lavoro – immagazzinare una sequenza motoria – è spesso denominata meccanizzazione, poiché ha la finalità di portare il danzatore ad eseguire i movimenti più complessi senza nessuna esitazione, come una macchina che esegue un programma. Quando il danzatore ha meccanizzato la sequenza, pur rimanendo concentrato, è libero di dedicare la propria attenzione consapevole ad altri fattori, come l’ascolto della musica, o alla qualità dei propri movimenti. Inoltre, quando il danzatore ha ben meccanizzato la coreografia, il suo modo di interpretare anche i movimenti più formalizzati acquista una notevole naturalezza.
Il processo psichico attraverso il quale un contenuto è immagazzinato e successivamente rievocato – la memoria – è sempre stato uno degli oggetti di studio della psicologia. Poiché i metodi di indagine della psiche hanno subito molte variazioni nel corso del tempo, tuttora non esiste una classificazione dei tipi di memoria che sia accettata da tutte le correnti in cui si divide questa scienza. Però tutti gli psicologi riconoscono l’esistenza di due distinti sistemi mnemonici. Se le informazioni sono conservate solo pochi secondi, giusto il tempo di eseguire un compito, il meccanismo in funzione è quello della memoria a breve termine, da distinguere dalla facoltà di fissare per lunghissimo tempo i ricordi, nota come memoria a lungo termine.
Sia alla memoria a breve termine, detta anche memoria di lavoro, che alla memoria a lungo termine è applicabile una ulteriore distinzione, tra memoria visiva e uditiva. La sperimentazione ha infine confermato come nel contesto della memoria a lungo termine siano operativi due diversi apparati: la memoria procedurale e la memoria dichiarativa. Il primo dei due sistemi immagazzina procedure, soprattutto motorie, e ne permette il recupero solo nell’istante della reale esecuzione del compito, cioè senza farle transitare dalla memoria di lavoro. La memoria dichiarativa invece si riferisce a dei fatti la cui conoscenza è direttamente accessibile alla coscienza. Semplificando, mentre la memoria dichiarativa è relativa al sapere cosa, la memoria procedurale conserva i know how – ovvero le abilità – e recupera le informazioni.
Per alcuni ricercatori esiste anche un ulteriore tipo di memoria a lungo termine – la memoria semantica – che implica il mantenimento di categorie inter-personali, indipendentemente da come sono state acquisite. Nel deposito della memoria semantica sarebbero conservate le definizioni relativamente stabili che sono necessarie alla comunicazione sotto forma di racconto.

Serenade di Balanchine, in sala
Le classificazioni premesse sono indispensabili alla descrizione del modo in cui i danzatori ricordano la coreografia. Generalmente il ricordo della sequenza dei movimenti da interpretare non diviene disponibile attraverso la verbalizzazione, ma soltanto mentre la si esegue, ovvero nella modalità di recupero caratteristica della memoria procedurale. In queste circostanze ho osservato che il mio corpo sembra ricordare autonomamente dalla coscienza e che ogni tentativo di giudicare la correttezza del flusso mnemonico/esecutivo ne decreta l’arresto. Tutti i danzatori conoscono questo peculiare stato di concentrazione, anche se solo alcuni sanno tutelare il delicato equilibrio tra la volontà di ricordare e la necessità di non coinvolgere la coscienza in questo processo.
L’esistenza di un serbatoio di conoscenze il cui contenuto è recuperabile soltanto attraverso azioni, volontarie o meno, è sperimentabile anche da coloro che non hanno mai occasione di dover ricordare sequenze di movimenti. A molti sarà capitato almeno una volta di sedersi sulla tazza del water credendo che la seggetta fosse abbassata. A me è successo ieri notte, quando, scivolato fuori dal sonno per una impellenza, sono stato ingannato dall’oscurità.
Istruito da centinaia di ripetizioni, il mio posteriore aveva registrato con una tale esattezza l’altezza del water, che una differenza di pochi centimetri nell’ampiezza del tipico movimento è stata sufficiente a provocarmi la sensazione di cadere nel vuoto. La sorpresa è durata pochi istanti, ma il battito del cuore si è accelerato. Sveglia, pericolo! Chi è quel vigliacco che mi ha teso questa subdola trappola?



