Rispetto ad una ventina di anni fa ci sono oggi molte più occasioni di imbattersi in classi di tecnica accademica russa. Non so esattamente se ci siano più maestri formatosi in Russia di prima, o se siano semplicemente più visibili, o se ancora sia la pubblicità di scuole e seminari di balletto ad essere aumentata. Resta il fatto che ho la generica impressione che la tecnica russa e il suo approccio al balletto accademico sia oggi notevolmente più diffuso che negli anni della mia formazione. Il che non è necessariamente un bene, soprattutto se si considera che il training accademico è lo strumento di manutenzione quotidiana di molte medie e grandi compagnie che non hanno un repertorio né esclusivamente, né eminentemente, ballettistico. Ogni danzatore valuti quale modo di studiare sia meglio per lui, ma per quello che mi riguarda il tipico allenamento russo, sia quello di derivazione Bolshoi che la scuola Vaganova, è troppo irruente e troppo sbilanciato sul potenziamento della muscolatura a scapito dello sviluppo della coordinazione.
Nonostante tutto ciò le classi di stretta osservanza russa possono essere una divertente variazione sul tema, grazie soprattutto alla presenza dei maestri ed al loro colorato linguaggio. Una delle immagini che vi ho sentito ricorrere spesso è quella della tazzina da caffè appoggiata sul tallone del piede della gamba in movimento durante gli adagi. L’obbiettivo dell’immagine proposta dagli insegnanti è quello di sollecitare gli allievi ad aumentare la rotazione en dehors della gamba (a partire dal femore e non dal piede!), ma la metafora si trascina dietro anche una certa atmosfera da circo e trasforma il danzatore, che è un interprete, in un giocoliere. La scuola statunitense, il cui stile è stato fondamentalmente elaborato dall’estro di Balanchine, che pure era di formazione pietroburghese, alla tazzina di caffè preferisce la coppa di champagne. L’attenzione per l’en dehors è la stessa, però ci sono le bollicine al posto dell’argenteria. Non è più romantico?



