L’AMORE SECONDO LETIZIA GIULIANI prima ballerina

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Di solito viaggio in seconda classe, come la maggior parte degli italiani, ma se non vi sono altre possibilità preferisco, spendere qualche euro in più per il biglietto che viaggiare in piedi o aspettare il treno successivo. Così qualche giorno fa, essendo esauriti tutti gli altri posti, sono salito su una carrozza di prima classe. Sto ancora cercando il posto quando il mio sguardo cade su una ragazza intenta a cucire i lacci ad un paio di scarpette da punta. Senza dubbio una ballerina – ho pensato – ma dove potrei averla già vista?
Partito il treno e sistematisi gli altri passeggeri, ho modo di osservare meglio la ragazza, seduta non lontano da me, vicino al finestrino. Ha lunghi capelli rossi e sguardo allegro. Adesso ho capito perché mi sembra di conoscerla: è Letizia Giuliani, giovane prima ballerina di MaggioDanza. Nel corso degli ultimi anni l’ho vista danzare in più occasioni, sempre con mio gran diletto. Letizia eccelle nell’interpretazione dei balletti romantici in repertorio, come Giselle, ma non si è mai negata alla contaminazione con i linguaggi più contemporanei, come quello di Virgilio Sieni. Molti la considerano una danzatrice entusiasmante, ed è indubbiamente un talento fuori dal comune.
Alla prima fermata del treno, circa mezz’ora dopo, si libera il posto accanto alla ballerina, ora intenta a leggere un libro. Mi faccio coraggio e mi avvicino, sperando che abbia voglia di scambiare due chiacchiere. “Ciao Letizia, sono un tuo ammiratore…” Mi fa cenno di sedermi e dopo cinque minuti stiamo già parlando del più e del meno. Mi faccio raccontare della sua apparizione all’ultimo festival di San Remo, ma soprattutto della recente lunga tournée italiana della sua compagnia. Mentre parla di MaggioDanza la ballerina romana si intristisce, perché la direzione del Maggio Musicale intende chiudere la formazione nonostante che abbia un grande valore ed un buon successo. Letizia mi informa che, al momento, non sono stati rinnovati più di dieci contratti, che i più giovani se ne vanno e che perfino alcuni veterani rischiano di non essere riscritturati. Che tristezza l’Italia! “Che cosa stavi leggendo di bello” – chiedo alla danzatrice nel tentativo di abbandonare l’angosciante argomento. Letizia mi mostra il libro: Eva Luna di Isabelle Allende. “È un romanzo molto bello, anche se me l’aspettavo più sentimentale” – mi dice.

"Letizia, scegli una pagina dal romanzo..."

"Letizia, scegli una pagina dal romanzo..."

Il treno sta attraversando gli Appennini. Nonostante sia passato mezzogiorno, il paesaggio che scorre dietro al finestrino è avvolto nella nebbia. Letizia mi fa notare le chiazze di neve rimaste intorno ai tronchi degli alberi. “Mi piacerebbe potermi permettere una settimana bianca…” – sospira la ballerina – “non ci sono mai stata. Le casettine di legno, il caminetto acceso. Quando i miei colleghi vanno in vacanza io ho sempre da lavorare… e l’inverno passa in un attimo. Mi accontenterei anche di un fine settimana con il mio ragazzo in un posto poco famoso, purché romantico”.
Letizia mi sta confessando del suo bizzarro mal di schiena – “mi viene a fare le cose più normali, le cose che fanno tutti…” – quando mi accorgo che il treno sta rallentando. Sono giunto a destinazione, mentre Letizia prosegue verso sud, verso l’abbraccio del suo fidanzato napoletano. Prima di scendere faccio in tempo a chiederle: “quando ti vedrò danzare una nuova coreografia?” “e chi lo sa?” – risponde lei scoraggiata.

UNA VISITA A CRISTINA RIZZO coreografa

Una di queste sere sono andato a trovare Cristina Rizzo nel suo nuovo appartamento, situato nel centro di Firenze. Conosco la coreografa dai quando, molti anni orsono, il gruppo Kinkaleri aveva la sua base presso il Centro Popolare Autogestito che sorgeva in viale Giannotti, all’interno della ex Fabbrica Longinotti. Da allora sono cambiate molte cose: al posto del CPA è stato costruito un mastodontico centro commerciale, mentre Cristina è formalmente uscita dal celebre collettivo di sperimentatori. Le peripezie della vita, della sua quanto della mia, non mi hanno però impedito di continuare a seguire con interesse la carriera dell’artista fiorentina.
Alcuni giorni prima dell’appuntamento avevo casualmente incontrato Cristina Rizzo a Bologna, durante uno degli eventi del festival Netmage. I capelli biondo platino rendevano la coreografa facilmente identificabile, nonostante fossimo tutti immersi nella semioscurità. Questa estate avevo incontrato Cristina a Berlino, sempre accidentalmente. Entrambi attendevamo l’inizio di uno degli eventi della rassegna Tanz im August. Prima di allora, ma con modalità simili, ci eravamo incontrati ad una performance organizzata da conoscenti comuni. Dopo tante piacevoli conversazioni casuali era arrivato il momento di farsi offrire una tisana.
Sono le diciotto e sono quasi pronto. Un istante prima di uscire da casa, mettendomi le scarpe, mi accorgo di avere i calzini spaiati. Sono molto simili, ma di diverso colore: nero uno, blu scuro l’altro. Nella maggior parte delle situazioni nessuno sarebbe in grado di notare la differenza tra le due calze, però con gli artisti moderni la prudenza non è mai troppa. Mi soffermo a riflettere. Che cosa so di Cristina Rizzo?
So che Cristina ha tendenze minimaliste nelle scelte cromatiche in relazione agli ambienti scenici ed alla loro illuminazione. So che pone molta attenzione ai dettagli. So inoltre che negli anni della formazione ha frequentato gloriose scuole di danza newyorkesi, luoghi di culto dove i danzatori lavorano a piedi nudi e dove nessuno può entrare con le scarpe. La combinazione di queste informazioni è sufficiente a mettermi in allarme: la probabilità che l’ospite mi chieda di togliermi le scarpe è molto alta. Inoltre la casa di Cristina Rizzo potrebbe essere completamente bianca, come l’attuale radicale decolorazione dei suoi capelli. Cristina potrebbe ricevermi su dei cuscini di pelle bianca gettati su un tappeto peloso tutto bianco, o su un divano di pelle bianca. Non mi posso presentare con i calzini spaiati – concludo spaventato – perché se avesse tappezzato il salotto di moquette bianca, la mia trascuratezza risalterebbe in modo imbarazzante.
Sono quasi le sette quando, rassicurato da un bel paio di calzini nuovi, Cristina mi invita ad entrare nel suo soggiorno. Mi guardo velocemente intorno, cercando di non farlo notare. Le pareti sono bianche, le sedie sono bianche, e sopra al tavolo bianco è acceso un computer bianco. Il pavimento è bianco, anche se non si tratta di moquette, ma di un bel parquet dipinto. La mia immaginazione non si era dunque allontanata troppo dalla realtà, salvo che per un particolare: la padrona di casa – come complemento ad un vestito di lana nero – indossa un collant che ostenta una gamba verde ed una viola.

cristina rizzo (nella sua vecchia casa)

cristina rizzo (nella sua vecchia casa)

Nota conclusiva.
Con Cristina abbiamo poi chiacchierato di: Bock & Vincenzi, che sono i due autori inglesi della tenebrosa performance a cui abbiamo assistito a Bologna; le fotografie di Camilla Candida Donzella che illustrano il catalogo di Netmage 09; il rifiorire di una sensibilità un po’ dark in molti tra i più giovani artisti; Jérôme Bel come ultimo dei coreografi post-modern. Abbiamo inoltre divagato sulle dinamiche di attualizzazione della tradizione ballettistica e sulla trasmissione, di generazione in generazione, dell’ideale di bellezza che vi è inscritta (Cristina sta pensando ad un breve lavoro sui quattro cignetti bianchi che fanno una fulminea apparizione nel secondo atto del Lago dei Cigni).

DIALOGO con kinkaleri sull’arte come imitazione della natura

Il seguente scambio di libere associazioni si è svolto via skype. Per ogni frase è indicata l’ora precisa di invio, mentre l’alternanza dei parlanti è segnalata da una lettera: K sta per kinkaleri e BC sono io, ovvero basecarbonio. La formattazione scelta imita il ritmo e l’accavallarsi delle analogie che ha caratterizzato lo scambio. La traduzione in inglese della conversazione costituisce la voce “Imitation of nature” nella pubblicazione 100 Jahre Hebbel-Theater Angewandtes Theaterlexikon Nach Gustav Freytag, che è sostanzialmente un piccolo dizionario le cui voci, tutti termini attinenti l’arte ed il teatro, sono redatte dai più importanti artisti della scena contemporanea. —————————-
K18:18 facciamo il gioco dei mimi. 18:19 fai l’albero! 18:19 fai uno spermatozoo! 18:19 fai una lumaca! BC18:20 cosa o vivente? K18:22 allora ricominciamo: fai un albero? BC18:24 giotto. K18:24 mi fai una luna? BC18:25 leopardi. K18:26 mi fai una macchina? BC18:26 a vapore? 18:26 un macinino? K18:26 una montagna russa. BC18:27 una montagna russa, e sento il suo alito fetido. K18:27 o freddo, come in siberia dove facevano le ferrovie con gli abitanti dei gulag. 18:28 fammi un grattacielo, dove si arrampicavano gli indiani. BC18:30 un grattacielo di ferro e ghiaccio. K18:31 al lavoro anche d’inverno con il ghiaccio al naso e poi: ci compriamo la casa per stare al caldo e nascono i bambini. e si ingrandiscono le nazioni. 18:31 fammi il cavallo pezzato! 18:31 potresti farmi un bue? 18:31 e un asinello? BC18:31 mi fai venire in mente Parade di massine-cocteau-satie-picasso per i ballets russes, c’era un finto cavallo, animato da due danzatori nascosti sotto la sua pelle, uno faceva la testa e le zampe anteriori, l’altro faceva il culo e le zampe posteriori. faceva ridere. K18:32 come buster keaton con l’uragano 18:32 faceva ridere 18:32 ma non troppo poi 18:32 con quella faccia 18:33 o come i danzatori piccioni di cunningham, che però erano seri seri, filmati in quello studio dove dalle finestre si vede manhattan BC18:33 la risata segnala una disarmonia, però presa in leggerezza, segnala una inadeguatezza imitativa non prevista, se fosse prevista farebbe riflettere, e probabilmente intristirebbe. 18:34 cunningham si collegava dal suo terrazzo usando i dadi per stabilire una connessione con l’universo. K18:34 mi piace che mi parli così. 18:34 se fossi lei, una lei (imitazione) ti abbraccerei sotto le lenzuola. 18:35 mi fai il maiale? BC18:35 adesso mi fai pensare all’imitazione del sesso che è la pornografia K18:35 bello no? 18:36 io ti guardo mentre mi guardi che faccio certe cose; e se fossi nella giungla? potrei fare l’imitazione del gorilla che sbatte i pugni per minacciare e godere BC18:36 ecco kubrick e le ossa che si rompono sulle ossa. mi fai un regista? K18:39 kurosawa, mi tiro gli occhi con lo scotch trasparente. BC18:40 mi fai una goccia di sputo sull’obbiettivo? K18:41 potrebbe esserci del sangue e torniamo all’horror 18:41 che richiama la paura che in natura non esiste o sbaglio? BC18:42 ma esiste nell’arte? K18:42 fammi una foca bianca bastonata dai cacciatori 18:42 la paura esiste BC18:44 fammi una rima. K18:44 con un senso? BC18:45 il senso ce lo metto io. K18:45 prima lima BC18:45…poi fuggi.