IN ASCENSORE CON MERCE CUNNIGHAM un addio

Merce al lavoro

Merce Cunningham al lavoro

La Cunningham Dance Foundation insieme alla  MCDC ha annunciato il decesso di Merce Cunningham. È accaduto domenica, per cause naturali, mentre dormiva nel proprio letto. In aprile Merce aveva festeggiato i 90 con una nuova produzione, Nearly Ninety.
Vorrei unirmi ai molti che stanno ricordando l’imprescindibile coreografo con il racconto di quando…

…nel dicembre del 2001 mi trovavo a New York per uno spensierato soggiorno di studio. Dopo una prima settimana nella metropoli, trascorsa come qualsiasi turista, ho iniziato ad organizzarmi per prendere alcune classi di danza. Uno dei miei obiettivi era quello di praticare la tecnica Cunningham presso lo studio del coreografo, ma il primo tentativo di trovare la sua fondazione era fallito, poiché le mappe della mia guida non riportavano i nomi di tutte le strade, ma soltanto di quelle più importanti. Senza computer né navigatore elettronico, si rendeva necessaria una seconda passeggiata nel Greenwich.

Qualche giorno dopo sono nuovamente nel Village. Esco dalla subway vicino a Union Square e mi incammino risoluto nel freddo tagliente, direzione Hudson River. Fino a che mi mantengo sulla 14th street va tutto bene, dopo un po’ però provo a piegare verso sud. Imbocco una prima via, mi distraggo davanti ad una vetrina, ne imbocco una seconda. Il nome della terza via che percorro non è quello che mi aspettavo: mi sono perso un’altra volta. Mentre controllo la mia guida, si fa buio ed inizia a cadere qualche fiocco. Preferirei evitare, ma è meglio che chieda aiuto:_”excuse me, am i going downtown?” “yes man, iu go right”. Incoraggiato dalle indicazioni datemi del presunto indigeno, accellero il passo per alcuni minuti, ma quando finalmente trovo Bethune Street, sta oramai nevicando che è un piacere.
Westhbeth, il mitico edificio che ospita il maestro dagli anni Settanta, corrisponde al numero civico 55. Non dovrebbe essere difficile individuare l’ingresso di una scuola di danza conosciuta in tutto il mondo, eppure percorro interamente la strada senza localizzarla. Comincio a dubitare delle mie informazioni. Esito ad ogni portone, cercando di sbirciare all’interno, oppure chiedo. Sono quasi all’incrocio tra Bethune e Washinghton quando finalmente il portiere di un enorme stabile mi risponde borbottando:_“eleven floor”.
L’elevator si apre davanti ad una piccola anticamera. Mi avvicino al desk di accoglienza per chiedere informazioni. Al di là della porta semi-aperta alla mia destra, intravedo una grande sala rettangolare, ove si sta svolgendo una lezione. Una ragazza molto giovane mi consegna dei forms ed io inizio a compilarli con un occhio, ed entrambi gli orecchi, rivolti alla classe. Su un lato della sala, circondato da decine di strani tamburini, è seduto il percussionista che sta accompagnando la lezione; la voce dell’insegnante invece proviene da un angolo della sala escluso dal mio punto di vista. Il soffitto attrae la mia attenzione: è un po’ scortecciato, ma completamente attrezzato con luci da scena. sulla parete opposta alla porta ci sono ampie finestre attraverso le quali posso ammirare un bel pezzo di skyline. Conclusa la mia iscrizione, rivolgo tutta la mia attenzione alla classe in corso. Gli allievi, una quindicina di persone, sono messi a dura prova da un lungo esercizio che attraversa velocemente tutta l’area della sala. Alcune ragazze si confondono durante l’esecuzione e si muovono nella direzione sbagliata. Mentre cerco di valutare il livello di difficoltà di questa lezione – elementare o intermedio? – scorgo un vecchino seduto dalla parte opposta della sala. Pochi capelli bianchi, ma ricci. Impossibile sbagliarsi, è proprio lui, il padrone di casa.

i disegnini di Merce

i disegnini ballerini di Merce

Dopo una decina di minuti, l’omino alza la testa dal proprio quaderno di appunti, o forse è un album di disegni, e fa un cenno in direzione della porta a cui sono affacciato, verso la segretaria. La ragazza si affretta da lui. Raccoglie la sua borsa e – riattraversando la sala – si posiziona vicino all’entrata, praticamente alle mie spalle, in evidente attesa. Allora Merce si alza e, con l’ausilio di un bastone, comincia a camminare lentamente verso la porta. Procede a passettini minuscoli, sbirciando l’esercizio di piccoli skip. Ha già percorso metà della sala quando l’insegnante bionda, senza smettere di tenere il tempo ai propri allievi, si precipita dalla segretaria e le dice, in modo abbastanza sgarbato:_“first you must help Merce, then take his bag”. Sarà per la prossima volta, perché oramai Merce, passettino dopo passettino, è arrivato da solo all’ingresso. Oltrepassa la segretaria, rimasta impietrita a causa del rimprovero, e si dirige verso l’ascensore, dove, approfittando del trambusto, io lo sto già aspettando…

BARYSHNIKOV fotografa Merce Cunningham

Che Baryshnikov sia un artista che ritorna spesso e volentieri sulla danza è noto a tutti gli appassionati. Ballerino accademico virtuoso, a lungo direttore del prestigioso American Ballet Theatre, poi fondatore, insieme a Mark Morris, di una delle formazioni che più ha contribuito alla divulgazione della danza moderna e contemporanea americana, ovvero la Whithe Oak Dance Company. Come se non bastasse l’eclettico danzatore ha recentemente aperto a Manhattan un bel centro interamente dedicato alla sperimentazione, dove offre residente artistiche ad autori emergenti. Tra le varie attività dell’instancabile lettone c’è anche la fotografia, che ha iniziato a praticare nei primi anni Ottanta. Chi invece sia Merce Cunningham, nel caso non lo si conosca, lo si può apprendere dalle stesse parole di Baryshnikov, parole che ho tradotto dal sito della galleria organizzatrice dell’esposizione Merce my Way – the Merce Cunningham Dance Company in photographs by Mikhail Baryshnikov.

“Il mio apprezzamento ed il mio amore nei confronti del lavoro di Cunningham si è sviluppato nel corso degli ultimi 30 anni. Questo progetto fotografico è un umile tentativo di misurare e comprendere come io vedo oggi il lavoro dell’acclamato artista newyorkese.
Per due decadi ho usato una convenzionale camera 35mm, privilegiando paesaggi, ritratti e foto di viaggi, principalmente in bianco/nero. Poi, grazie all’attenta osservazione di alcuni vecchi libri fotografici di danza, ho scoperto che abbandonando le immagini cristalline in favore di immagini con margini indistinti potevo avvicinarmi maggiormente all’eccitazione che trasmettono le performance di danza.

Ho iniziato a sperimentare con camere digitali, godendo della loro velocità e facilità d’uso mentre fotografavo le danze popolari della Repubblica Dominicana. Contemporaneamente ho iniziato a fotografare i lavori di Cunningham come omaggio ad uno dei più grandi coreografi del nostro tempo. Ho fotografato le prove costumi – correndo avanti ed indietro sul proscenio e scattando freneticamente nel tentativo di decodificare l’estro coreografico di Merce. Ho provato ad anticipare i movimenti dei danzatori, finendo anch’io per eseguire dei piccoli balletti insieme alla mia camera.
La prova costumi è l’ultima opportunità per i danzatori di ottimizzare la loro interpretazione. Io spero che il mio punto di vista, simile a quello che potrebbe avere una mosca sul muro, riesca ad illuminare la peculiarità di questo fragile momento, compreso tra le interminabili prove nello studio ed il debutto.
Sovente il lavoro di Merce è ritenuto troppo controllato e freddo, ma io ho sempre pensato che le sue opere migliori fossero veramente emozionanti, e così ho cercato di catturare questa emozione nelle mie foto. È stato affascinante sedersi accanto a Merce e guardarlo scoprire il proprio lavoro attraverso le mie fotografie.”
Mikhail Baryshnikov

vedi le foto sul sito della galleria 401projects