Insieme agli altri spettatori, sono seduto sulla piccola gradinata che fronteggia lo spazio scenico di CANGO. L’area, un rettangolo senza quinte di circa 10X15m, si illumina quando vi entrano 12 coppie di persone, ciascuna delle quali è formata da un danzatore professionista e da una persona non vedente. Mentre le coppie si siedono su dei cuscini sistemati ai lati della scena, fanno il loro ingresso i due interpreti della coreografia. Dal loro muoversi in modo prudente comprendo che si tratta di danzatori non vedenti.

- un momento di ECOUTE MOI
Il meccanismo della performance prevede che i 12 danzatori – tra i quali riconosco Marco Mazzoni (Kinkaleri) e Piero Preziosa (MaggioDanza) – cerchino di descrivere ciò che avviene sulla scena alla persona non vedente che accompagnano. Così, non appena la coppia di danzatori/interpreti inizia a muoversi, il salone della Goldonetta si riempie dei bisbiglii prodotti dai danzatori/narratori. Il rumore della timida verbalizzazione si mescola piacevolmente alla colonna sonora, un sommesso flusso di particelle elettroniche. Alcuni dei danzatori/narratori, nello sforzo di trasmettere più informazioni nello stesso momento, iniziano a manipolare il corpo della persona non vedente che gli è stata affidata.
Al centro della scena la coppia di interpreti sta eseguendo una lenta, ma articolata coreografia, creata appositamente da Virgilio Sieni. I loro movimenti sono guidati da una cura reciproca che raramente è dato vedere anche in danzatori di Contact più smaliziati. Quella di Dorina Meta e Giuseppe Comuniello non è tecnica, è vicendevole comprensione delle necessità e condivisione dei timori. I loro unici punti di riferimento sono infatti un sottile filo, steso per terra lungo la linea che divide la scena, ed il flusso sonoro – che però non mi appare in stretta relazione con i movimenti dei due giovani. In una tale situazione perdere il contatto con il partner non rappresenta soltanto una leggerezza esecutiva, ma equivale a perdersi: perdersi nello spazio (dove è il mio partner?) e perdersi nel tempo (quale fase della coreografia sta eseguendo?).
Lo sguardo dei danzatori/narratori converge sugli interpreti, evidenziandone la quieta concentrazione, mentre le persone non vedenti sono completamente assorte nell’assorbire flusso di informazioni a cui sono sottoposte. Rispetto ai primi minuti della performance, le coppie sedute ai margini della scena hanno diversificato notevolmente il loro comportamento. Il febbrile bisbiglio non è calato di intensità, ma alcune delle coppie sembrano essersi abbandonate ad una danza che rieccheggia le movenze della coppia centrale. Altri danzatori/narratori, al contrario, sembrano aver concordato con il proprio ascoltatore dei gesti convenzionali, da affiancare alla verbalizzazione. Marco Mazzoni, ad esempio, batte ritmicamente con una mano sul braccio della sua partner, con l’intenzione di suggerirle il ritmo della camminata che la coppia sta conducendo.

- danzatori/narratori e spettatori non vedenti
Osservo che ciascun danzatore/narratore, secondo la propria indole, trasmette al proprio spettatore non vedente soltanto ciò che ritiene maggiormente significativo tra tutti i movimenti eseguiti degli interpreti. È normale, tutti facciamo così: anche se inconsapevolmente, costruiamo il significato di un’opera d’arte selezionando alcuni elementi tra tutti quelli che sono egualmente visibili. Però in questa circostanza – poiché il mio punto di vista abbraccia indistintamente tutto quello che accade – la selezione si ritrasforma istantaneamente in azione, in gesti, ed entrambi immediatamente rifluiscono nella performance in svolgimento. Ciò che ciascun danzatore/narratore ritiene essere più significativo tra i vari elementi della coreografia, ed il mezzo con cui decide di trasmetterlo (parole, gesto convenzionale o manipolazione), nonché l’accoglienza di questa comunicazione da parte della persone non vedente (sorriso, coinvolgimento o distacco), concorre alla mia percezione dell’evento. Di solito il modo in cui gli altri spettatori comprendono uno spettacolo non incide così drasticamente sul mio.
La performance, svoltasi il 12 novembre, è giunta al termine dopo circa sedici minuti. Gli applausi sono durati a lungo. Sono convinto di aver condiviso con i presenti un esperienza di grande intensità. Alla realizzazione dell’evento, parte di un progetto che coinvolge persone non vedenti in un percorso di studio sul movimento e sulla sua trasmissione, hanno collaborato Jacopo Jenna e Caterina Poggesi. In fondo a questa pagina dovreste trovare informazioni esaustive sul progetto, denominato Damasco Corner, nonché una nota di Virgilio Sieni.









