PRIMA E DOPO LA VERTICALE

Per concludere la serie di articoli sulla verticale con tre appoggi – uno degli argomenti più gettonati di RI-DANZARE – ho raccolto alcuni suggerimenti su come prepararsi alla sua esecuzione e su come danzatori ed appassionati possono sfruttare al meglio i suoi benefici.
calendarSETTIMANE PRIMA. Se, come me, fate molta fatica ad eseguire la verticale (o la Posizione sulla testa, o il power-freeze), potete iniziare a praticare alcune posizioni preliminari, utili sia per irrobustirsi, sia per capirla meglio. Un ostacolo importante all’esecuzione della verticale è la rigidità della schiena (muscolare ed articolare). Molti altri danzatori faticano perché non hanno la muscolatura della schiena sufficientemente forte. Una buona soluzione ad entrambi i problemi è la candela – o Posizione sulle spalle – eseguita però rigorosamente, ovvero cercando di allineare collo, bacino e piedi. Chi soffre a fare la verticale, soffrirà anche a fare la candela, però questa posizione è più semplice perché non comporta continue cadute durante la fase di apprendimento. Per eseguire la candela si è costretti ad raddrizzare la colonna vertebrale, usando muscoli dorsali e addominali. Io piego i gomiti e appoggio le mani sul dorso, in modo che anche questa spinta possa contribuire all’allungamento della colonna. Finché la colonna è curva i piedi tenderanno a posizionarsi sul naso, anziché a piombo sul bacino, come dovrebbero. Attenzione a non dimenticarsi di rilassare il collo, cosicché il mento possa toccare la gola.

clock2MINUTI PRIMA. Per eseguire la verticale occorre prima aver scaldato tutta la muscolatura del corpo. Io mi esercito nella Posizione sulla testa alla fine della classe di balletto accademico. Prima della verticale eseguo per cinque respiri la candela e poi continuo lo stretching portando le dita dei piedi a terra, dietro la nuca. Se eseguendo questa seconda posizione – detta asana dell’Aratro – sentite difficoltà a respirare e dolore al collo, tornate immediatamente distesi piegando le gambe, se invece volete incrementare la distensione dei muscoli, staccate le mani e allungate le braccia per terra, in direzione opposta alle gambe.

clock2SUBITO DOPO. Dopo che sono sceso dalla verticale, mantengo per una decina di respiri la testa per terra cercando di rilassare il collo. Se non lo faccio, quando mi alzo mi gira la testa e manca il respiro. Qualche volta tengo la verticale troppo a lungo: è sbagliato, la colonna vertebrale si difende da questa aggressione irrigidendosi come un bastone.

calendarSETTIMANE DOPO. Quando si riesce ad eseguire la verticale fluidamente, si può intensificare il lavoro aprendo le gambe a V. Oppure si può tentare, spingendo forte sugli avambracci, di staccare la testa da terra. Su questa strada i più motivati troveranno presto la verticale a due appoggi (le mani), che per me è ancora fantascienza.

COME MIGLIORARE LA VERTICALE

per molti, ma non per tutti

per grandi e piccini!

Ho deciso di ri-tornare sulla verticale, poiché il precedente articolo su questo argomento è forse il più letto del blog (950 consultazioni in un anno). Uno dei metodi più diffusi per praticare la verticale è proposto dallo yoga, che si riferisce a questa posizione con il termine Sirshasana, o Posizione sulla testa. Nonostante offra grandi benefici a chi la pratica, questa asana non è sempre presente nelle lezioni di yoga. Molti maestri esitano infatti a proporla ai propri allievi, a meno che non siano particolarmente agili, a causa della sua difficoltà. Se si affronta questa posizione senza assistenza diretta di una persona esperta, si rischia di ribaltarsi e di sbattere violentemente la schiena per terra. Prima di tutto, ripeterò dunque le precauzioni su cui mi sono già soffermato nel precedente articolo: se, mentre cercate di raggiungere la verticale, sentite che vi state ribaltando dovete prontamente curvare la schiena, come facendo una capriola, in modo da decellerare gradualmente anziché cadere come una porta sganciata dai cardini. Non tentate di fare la Posizione sulla testa se prima non avete imparato a controllare la caduta rotolando sulla schiena: una minima indecisione in questa fase potrebbe causarvi brutte conseguenze.
Rispetto al modo in cui io avevo imparato a fare la verticale, e rispetto al modo in cui si insegna il power-freeze, lo yoga richiede un maggior rigore, che ricambia però con una grande sicurezza esecutiva. Prima di vedere qualche risultato mi sono esercitato per circa due mesi, tre volte alla settimana per non più di cinque minuti alla volta. Per essere sicuro dei passaggi ho confrontato le istruzioni di due diversi maestri di yoga – un insegnante di hatha ed uno di asthanga – ma non ho riscontrato differenze.

  • Mi inginocchio sul tappetino e vi appoggio i gomiti, tenendoli allineati con le spalle. Intreccio le dita delle mani e le posiziono per terra. Attenzione: non sul dorso, come spesso si fa nei freeze, ma di taglio, ovvero tenendo i pollici verso l’alto. Prima di proseguire osservate la posizione dei vostri tre appoggi: i due gomiti più le mani intrecciate dovrebbero formare un triangolo equilatero. Infine avvicino la nuca alle dita intrecciate in modo che la sommità della testa sia appoggiata per terra – tra i due polsi. Mento sempre sulla gola.
  • Spingendo sui piedi inizio a sollevare il bacino. Avvicino i piedi alla testa più che posso, arrivando a stendere completamente le gambe. Questa fase serve ad allineare il bacino alla testa: io continuo a spingere sui piedi finché solamente la sommità delle dita tocca il pavimento.
  • Adesso la fase più delicata. Senza saltellare, senza imprimere troppa forza, staccate simultaneamente i piedi da terra e cercate di portarli in alto, sopra il bacino. Io salgo a gambe piegate, raccolte. I muscoli principalmente coinvolti nella salita (così come nella discesa) sono gli addominali, che hanno la responsabilità di posizionare a piombo sul collo la zona dorsale della colonna vertebrale. Ho chiesto ad entrambi i maestri perché i piedi devono essere staccati simultaneamente, visto che sarebbe più semplice trovare l’equilibrio alzando le gambe una alla volta. Risposta: per resistere alla tentazione di salire sulla verticale slanciando le gambe.
  • Ultima fase. Se, come me, siete saliti con le gambe raccolte allora stendetele in alto, mantenendo i talloni allineati con il bacino, e mantenete l’equilibrio per cinque respiri. Mentre state respirando, assicuratevi che il peso del corpo gravi prevalentemente sulle braccia, e non sul collo. L’unico peso che sostiene la testa è il proprio.
sirshasana3

ci vuole pazienza!

Nonostante faccia molto stretching ed abbia buoni addominali, eseguire la Posizione sulla testa in questo modo non mi è affatto semplice. Dover alzare contemporaneamente le gambe rende il percorso più faticoso, anche se tecnicamente più lineare. Persone meno esperte, ma con la schiena più morbida, avranno meno difficoltà di me. Il power-freeze mi riesce più facilmente perché una delle due mani è rivolta verso il pavimento e, spingendo forte, contribuisce al raggiungimento dell’equilibrio. L’esecuzione scrupolosa di Sirshasana neutralizza questo genere di aiuti, in compenso irrobustisce moltissimo addominali e muscoli della schiena, gli unici veramente coinvolti.

MENTE DEL DANZATORE 2 meditazione per ballerina

Vi è mai capitato di provare avversione nei confronti della coreografia che dovete eseguire? Niente di più facile che questo disagio sia associato al pensiero: “questi movimenti non fanno per me”. Al sottoscritto è successo. I sintomi più visibili vanno dalla difficoltà a memorizzare le sequenze all’incapacità di assecondarne la dinamica. Nei casi più gravi si può verificare l’insorgenza di piccoli infortuni, come lievi stiramenti dei muscoli o distorsioni. Tutti segnali di rigidità: prima di tutto mentale e – conseguentemente – fisica.
Se c’è uno schema di pensieri che blocca la nostra danza sarà difficile rimuoverlo combattendo sul suo stesso terreno, quello della riflessione. Le strategie mentali non scalfiscono più di tanto il cemento con cui abbiamo edificato l’IO che ora ci appare rigido e di impaccio. Per diminuire il controllo che l’ego esercita sui movimenti è più utile allearsi alle attività dell’organismo che influenzano la mente, pur non generando pensiero. Tra queste funzioni, quella che io conosco meglio è il respiro.
Vi propongo un esercizio molto semplice che vi dovrebbe permettere di scoprire come ridimensionare il potere dell’ego sulla vostra danza. Ne trarranno particolare beneficio i danzatori che praticano la Contact Improvisation. È un esercizio semplice da descrivere, ma non è semplice da praticare quanto sembra. Fate quello che potete senza arrabbiarvi… come faccio io.

meditazione per ballerini, e robottini

ego ballerino, o robottino?

Sedetevi su un tappetino da yoga a gambe incrociate, schiena dritta, mento appoggiato alla gola. Braccia rilassate, mani appoggiate sulle ginocchia. Sotto il coccige potete mettere una coperta ripiegata per facilitare una leggera retroversione del bacino. Eseguite con il naso una decina dei respiri più grandi che potete fare: si deve riempire d’aria sia l’addome che il petto; ogni volta, prima di espirare, trattenete un istante l’aria e sentitevi dei palloncini.
Dopo l’ultimo dei respironi forzati chiudete gli occhi e lasciate che il soffio ritorni da solo ad un ritmo più normale. Continuate ad ascoltare il respiro, cercate di seguirlo senza condizionarlo. Ogni respiro è fatto di due fasi: aria fredda che entra dal naso, aria calda che esce. Mentre ascoltate, un pensiero potrebbe venire a disturbarvi; osservatelo nascere ma evitate di svilupparlo. Senza agitarsi, riportate la vostra attenzione al processo della respirazione; presto si riaffaccerà un altro pensiero. Finché rimanete seduti – indicativamente 15 minuti – trattate ogni idea nello stesso modo: “Chi sei? Cosa vuoi? Niente da fare! Ciao… “
Tutto qua. Questo esercizio non è che una versione semplificata dello zazen. Ci sono molti maestri che propongono ai propri allievi lo zazen, tra i quali il coreografo Michele Abbondanza. Anche l’hatha yoga contempla esercizi di meditazione simili a quello che ho proposto, ma molto più complessi. Se siete agili provate a praticarlo nella posizione del Loto, che è anche più comoda se la meditazione si allunga.

MENTE DEL DANZATORE 1 “io sono una ballerina!”

Con il termine identità intendo quel nucleo di idee ricorrenti a cui facciamo riferimento quando diciamo: “io”. Alcuni danzatori vi fanno riferimento costantemente, piegando la propria esistenza per essere sempre all’altezza del proprio enorme io. Altre personalità sono in grado di perseguire obiettivi più diversificati, poiché hanno un rapporto meno esclusivo con il proprio ego. Alla lunga, le azioni determinate dal proprio dispotico io, piuttosto che da genuino entusiasmo, non rendono felici. Quale che sia il problema, motorio o interpretativo, l’ego indica sempre soluzioni rigide, conosce solo contrapposizioni, è impermeabile alle novità ed ai buoni suggerimenti.
Una prima via di uscita consiste nel convincersi che i pensieri con cui abbiamo costruito la nostra identità sono, in realtà, temporanei tanto quanto tutti gli altri.  La maggior parte dei nostri pensieri si riferisce ad una situazione ben determinata e non esitiamo a cambiare idea quando ci rendiamo conto che la situazione non è più – o non è mai stata – quella che ritenevamo. Perché invece attribuiamo tutto questo valore a quel gruppo di pensieri che ci siamo abituati a considerare “il vero noi stessi”? Arriviamo perfino a credere che l’identità non sia un prodotto della mente, ma qualche cosa che ci giunge da altrove, dal cuore. Credere che l’identità sia immutabile perché scritta nell’anima è idolatria, perché tutti sappiamo che l’anima parla invece il linguaggio dell’altruismo. Infatti la via spirituale cerca la felicità dell’individuo a partire dal suo sapersi sciogliere nell’organismo universale che riunisce tutte le creature viventi.

due ballerine, belle

due ballerine, belle

L’identità, come tutte le altre idee, è temporanea. Attaccarsi ad un io immutabile non conduce alla serenità nessuno, e tantomeno un danzatore. Un artista deve conoscere se stesso, quale è in ogni fase della propria vita, istante per istante. Non può affidarsi ad un vecchio modello, non può nascondersi dentro un guscio secco, non può usare parole consumate. Inoltre i danzatori, costretti dal training a guardarsi costantemente allo specchio, tendono molto facilmente a sovrapporre la propria professione alla propria identità. Ciò spiegherebbe perché le ballerine sono spesso spaventate dai cambiamenti inevitabilmente connessi con l’invecchiare. Identificarsi con una attività di brevissima durata, piena di alti e bassi, sempre sottoposta al giudizio dispotico di persone raramente benevole, non può essere una buona idea. Ciascuno di noi è diverso di quel che pensa di essere, ed è sicuramente più di quel che ha fatto – o farà – nella prima parte della sua vita.

DANZATORI MIGLIORI CON LO YOGA 3

Perseverando nello studio delle asana, ovvero delle posture prescritte dallo yoga, il danzatore acquisirà contemporaneamente forza e agilità. Le posizioni sedute, così come quelle supine, aumentano la flessibilità delle gambe e dei fianchi, e allungano le importantissime fasce muscolari della schiena. Le posizioni in piedi, eseguite con la corretta respirazione, costituiscono un eccelente riscaldamento e allo stesso tempo sviluppano equilibrio e coordinazione. Praticando regolarmente la sequenza nota come “saluto al sole” ho migliorato la mobilità della mia colonna vertebrale, prima sempre dolorante. Ho inoltre notato che le posizioni in piedi hanno contribuito a sviluppare la mia consapevolezza dello spazio circostante, a cui le classi di balletto accademico non dedicano abbastanza attenzione.

lo yoga non ha controindicazioni!

lo yoga non ha controindicazioni!

La parte più impegnativa, almeno per me, della lezione di yoga è quella dedicata allo studio delle posizioni capovolte, come l’arco, che svolge un’azione benefica sulle tensioni muscolari più nocive. Subito dopo le posizioni capovolte, molti maestri propongono ai propri allievi una fase di rilassamento in posizione supina con gambe distese e braccia lungo il corpo. Questa asana, usualmente detta “del cadavere”, riveste un’importanza particolare per il danzatore, perché gli permette di stabilizzare i cambiamenti apportati alla propria struttura fisica prima che questa sia nuovamente impiegata durante le prove. Inoltre il rilassamento attivo, che è una delle componenti fondamentale dello yoga, non induce ottundimento, producendo anzi una sensibile, anche se quieta, vitalità.

DANZATORI MIGLIORI CON LO YOGA 2

Nelle grandi metropoli praticamente non c’è palestra che non abbia il proprio corso di yoga, ma molti cultori preferiscono rivolgersi a centri specializzati, dove, oltre a una maggior quiete, si troveranno anche corsi di discipline yoga meno popolari, come la meditazione seduta. Alcune tra le più aggiornate scuole di danza hanno già da tempo inserito lo yoga nei propri programmi di studio, come Laban, l’istituto didattico londinese fondato da uno dei padri della danza moderna europea. Le attività dello studio londinese della coreografa Siobhan Davies iniziano, al mattino presto, con una lezione di yoga dedicata a chi desidera risvegliare con gentilezza il proprio corpo, e – se non mi sbaglio – è possibile praticarlo anche presso lo studio aperto da Trisha Brown a Manhattan, sulla 55th strada.

Avvicinandosi allo yoga si avrà l’impressione di una maggior affinità con la danza moderna che con la danza accademica. Come molte classi di danza moderna, o di tecnica contemporanea, la lezione di yoga si svolge a piedi nudi, senza l’ausilio di sbarre e specchio. Inoltre le asana non hanno nessuna somiglianza con le posizioni del balletto.

Haydée e cranko

Haydée (con Cranko)

Tuttavia chi predilige il balletto accademico non sottovaluti i benefici che potrebbe trarre dalla pratica dello yoga: forza, resistenza, morbidezza e, magari, una maggior serenità durante gli spettacoli. Ci sono ferventi sostenitrici dello yoga anche tra celebri ballerine classiche. Una per tutti la brasiliana Marcia Haydée, indimenticabile interprete dei balletti neo-classici di Cranko e MacMillan.

DANZATORI MIGLIORI CON LO YOGA 1

Al centro del sistema filosofico dello yoga, così complesso da articolare al suo interno precetti morali e credenze mistiche, vi è la pratica di alcune posizioni per rinforzare il corpo e migliorare il funzionamento della mente. Si può può beneficiare dell’azione tonificante di questo esercizio psicofisico senza necessariamente aderire all’intero corpo di tradizioni millenarie da cui deriva, come faccio io. Le posizioni contemplate dallo yoga costituiscono un ottimo training per il danzatore poiché ne irrobustiscono il corpo senza compromettere la morbidezza della sua muscolatura. Come se tutto questo non bastasse, lo yoga ci insegna a utilizzare il respiro per liberare la mente dai pensieri che potrebbero distrarla, incrementandone quindi la concentrazione. Questa peculiare respirazione libera i muscoli dalla tensione che talvolta vi si accumula, permettendo lo stretching profondo di cui il danzatore ha necessità quotidiana.

Una delle caratteristiche più interessanti dello yoga è quella di essere adattabile a esigenze e culture diversissime, probabilmente perché si basa su ciò che più accomuna gli uomini, e cioè l’esperienza dei limiti e delle necessità del proprio corpo. Con il passare dei decenni sono state infatti elaborate molte varianti nella pratica delle posture yoga, e non è raro che sussistano notevoli differenze tra corsi di yoga tenuti da maestri diversi. Perciò, una volta intrapreso lo studio dello yoga, ciascuno dovrà trovare lo stile che più si addice alle proprie caratteristiche. Alcuni preferiranno una pratica più movimentata, che colleghi le asana in lunghe sequenze da eseguirsi senza pause, altri invece si rivolgeranno a una lezione più rilassante, caratterizzata da una maggiore concentrazione sull’aspetto meditativo.

Marco Pierin – danzatore molto celebre negli anni Novanta ed ora richiestissimo maestro – mi ha recentemente raccontato di trarre enorme beneficio da una pratica yoga chiamata I Cinque Tibetani. In rapida diffusione, questa pratica consiste in cinque esercizi, distillati da grandi maestri lamaisti, che combinano in semplici sequenze alcune posizioni basilari dello yoga. Pierin mi ha spiegato che ogni esercizio deve essere ripetuto 21 volte, ma che comunque lui esegue l’intera pratica in 15 minuti, ogni mattino, ovunque si trovi.

LA SBARRA nel training dei danzatori

Tutti sanno che il training più adatto alla danza contemporanea non utilizza le sbarre. Gli studios più prestigiosi, come la favolosa residenza della Siobhan Davies Dance Company a Londra, ne sono progettualmente sprovvisti. Anche la modern dance di origini americane, come la tecnica Graham o la tecnica Limòn, ha sempre ignorato le sbarre lungo le pareti, probabilmente per una avversità ideologica allora comprensibile, ma oggigiorno insostenibile. Bisognerebbe infatti poter sostenere che nessun strumento può essere d’ausilio mentre si educa il proprio corpo a muoversi, ma ciò è smentito da moltissime discipline, prima tra tutte le yoga, che invita ad utilizzare coperte, mattoni, ed elastici per migliorare gradualmente le asana.
È vero però che dal punto di vista didattico le sbarre sono fuorvianti, cioè sono pericolose per i maestri. Gli insegnanti degli allievi principianti sono preoccupatissimi che i propri allievi non si appoggino troppo alla sbarra. “Non vi appoggiate!” – ripetono continuamente – “Lasciate la sbarra”. Questi maestri sembrano impegnati ad imporre la disciplina piuttosto che a coltivare il talento, temono infatti più la pigrizia della stupidità. Invece sarebbe meglio dedicare più attenzione a come va utilizzata la sbarra, partendo però dal presupposto contrario: la sbarra serve proprio a stabilizzare il proprio equilibrio mantenendosi relativamente fluidi, in modo da allenarsi a muovere una parte di corpo senza influire sull’altra. Serve a non indurire esageratamente i muscoli delle gambe e della schiena mentre muoviamo una gamba, in modo da poterlo poi rifare anche al centro. “Sans crisper” – senza contrarre – dice spesso Florence Clerc, étoile dell’opéra di Parigi, dopo aver mostrato un esercizio alla sbarra. Un po’ di psicologia: la sbarra serve a sconfiggere la nostra tendenza a contrarre eccessivamente i muscoli per paura di cadere, o, peggio ancora, per voler dimostrare di essere volenterosi.
Sfruttiamo dunque la sbarra, che dovrebbe scorrere ad un’altezza compresa tra l’ombelico e lo sterno: appoggiamoci bene il palmo della mano, in modo da sentire, tramite la pelle, quando ci stiamo sbilanciando; rilasciamoci tutto il peso del braccio, in modo che la spalla e la scapola siano tranquille e non imprimano goffe rotazioni al torso. La sbarra di Evgheni Polyakov, intelligente maestro cosmopolita, portava particolare attenzione a tutti gli trasferimenti di peso avanti-dietro, temps lié per gli ortodossi, invitando a spostare generosamente anche la mano appoggiata in modo da usarne la spinta . Corrispondentemente io mi aiuto parecchio anche negli spostamenti di peso verso il centro della sala e ritorno: prima mi spingo e poi mi tiro.

BREAK DANCE come praticare la verticale

La verticale non fa evidentemente parte dei movimenti che costituiscono il balletto accademico. In realtà non fa parte neanche del training modern o jazz. Tuttavia non è poi così impossibile che un danzatore accetti la sfida di imparare a fare la verticale, magari sollecitato dalla sempre più frequente contaminazione tra danza teatrale e break dance. Secondo me ne vale la pena: l’assetto che assume la colonna vertebrale durante la verticale è così inusuale che averne una chiara percezione amplia la conoscenza del proprio corpo e insegna a gestire meglio il proprio baricentro. Inoltre praticare con costanza la verticale regala interessanti effetti collaterali: irrobustisce gli arti superiori; ammorbidisce i muscoli del torso e del collo; offre sollievo al cuore (come insegna lo yoga, tutte le posizioni rovesciate, ovvero quelle posizioni in cui l’ombelico si trova sopra la testa, sono benefiche per il sistema cardio-circolatorio). Si possono perfino riscontrare giovamenti di natura spirituale, perché la verticale simbolizza la possibilità che il mondo possa funzionare anche all’incontrario.
Per praticare la verticale occorre innanzitutto capire la funzione degli appoggi. Il tipo di verticale più semplice da apprendere necessita tre punti di appoggio: due avambracci più la testa, oppure due mani più la testa, oppure un avambraccio, più una mano più una testa; quest’ultima posizione i danzatori di break dance la chiamano power-freeze, in quanto fa parte della famiglia di equilibri chiamati freeze. Questi tre tipi di verticale sono più semplici della verticale su due mani, che si esegue a braccia tese e con l’ausilio di due soli appoggi (le mani). Inoltre la verticale su due mani è più complessa da raggiungere perché nella posizione di preparazione il bacino è già molto alto.
Seconda importante questione: la verticale si fa con la schiena e non con le gambe, infatti, una volta compreso il meccanismo, non è difficile eseguire la verticale con le gambe raccolte in modo che le ginocchia siano all’altezza dello sterno. Le gambe hanno un ruolo minimo anche nel dare l’impulso che fa salire il bacino sull’asse della testa. Questa informazione è fondamentale per i danzatori che hanno un training eminentemente accademico e che facilmente tenteranno di lanciare i piedi sulla testa come se si trattasse di eseguire un salto.
Fatte queste premesse non resta che provare, le prime volte assistiti da qualche gentile compagno di avventura e con l’ausilio di un tappetino morbido di gomma per attutire le inevitabili cadute. Inginocchiatevi. Incrociate le dita delle mani ed appoggiatene il dorso sul tappetino. La nuca va sui palmi delle mani e gli avambracci devono essere posizionati come due lati di un angolo che ha la testa come vertice. Assicuratevi di avere il mento sulla gola, e dunque il collo dritto, altrimenti vi farete male. Adesso dobbiamo portare gradualmente il bacino sopra la testa: per farlo avvicinate più che potete i piedi alla testa, che è rimasta sulle mani. La schiena dovrebbe essere quasi allineata con la testa.  Alzate una gamba, tenendola piegata, fino a che il piede non si trova almeno sulla verticale del bacino. A questo punto spingete delicatamente con il piede rimasto per terra finché il torso, inarcandosi, raggiunge la posizione che permette anche al secondo piede di staccarsi. La verticale/power freeze si esegue con la schiena perché tutto dipende dalla posizione della schiena, che deve essere raggiunta progressivamente, senza slanci e saltelli. A mantenere l’equilibrio contribuiranno più gli addominali che gli adduttori.
Ai primi tentativi si cadrà in dietro, ovvero con i piedi alla posizione di partenza, oppure i piedi andranno troppo oltre e ribalteranno il corpo. In questo caso bisogna prontamente curvare la schiena, come facendo una capriola, in modo da decellerare gradualmente anziché cadere come un asse di legno. Non tentate di fare la verticale se prima non avete imparato a fare la capriola od a cadere rotolando sulla schiena: una minima indecisione in fase di caduta potrebbe procurarvi dolori seri. Se nella posizione di preparazione i piedi non sono sufficientemente vicino alla testa significa che avete la muscolatura della schiena troppo rigida, in questo caso allenatevi facendo la candela e molto stretching. Mi raccomando: determinati, ma prudenti.

BALLETTO ACCADEMICO allineamento

Una volta Florence Clerc, étoile dell’Opéra di Parigi, ha raccontato che Nureyev, negli anni durante i quali era stato direttore del corpo di ballo, suggeriva spesso ai primi ballerini di concentrarsi sulla relazione tra pianta del piede e spalla corrispondente. Ovvero, usando termini più specifici, di migliorare la propria percezione dell’allineamento tra spalla, bacino, piede, perché è tramite questo allineamento che il peso del corpo si scarica a terra senza influenzare il baricentro. Nureyev privilegia dunque il lavoro sullo scheletro e tralascia indicazioni sui muscoli, compresa quella, evidentemente necessaria ma non sufficiente, di rotearli en dehor. Di più: il riferimento alla pianta del piede dimostra una consapevolezza sulla gestione del peso che ci si aspetterebbe di trovare in un performer di Contact Improvisation piuttosto che in un ballerino formatosi al Kirov. Infatti concentrarsi sulla pianta del piede permette di percepire il proprio assetto in modo sottile, e dunque a spostare il peso minimizzando la contrazione muscolare.
Nelle classi di yoga sono proposte molte asana (posizioni) che fruttano ed esercitano la capacità di concentrarsi sulla pianta dei piedi al fine di ottenere un equilibrio dinamico, tra queste la più semplice è chiamata tadasana (la montagna).