Mal di schiena del danzatore

Ieri è stata una lunga giornata, due prove di scena di tre ore ciascuna. La sera, verso le diciotto, mentre salivo le scale di casa, ho sentito un doloretto alle vertebre più basse, appena sopra il bacino. Pochi scalini dopo, davanti la porta di casa, ero già bloccato, a malapena in grado di oltrepassare la soglia. Ecco il mal di schiena che preferisco, non causato da un incidente, ma generato da un periodo dove la stanchezza si è mescolata costantemente con la tensione. E, cosa ancor più grave, irrimediabilmente a ridosso di un debutto.

La vita è fatta anche di questi improvvisi rallentamenti. Ne approfitto per aggiungere due banalità al tema del dolore alla schiena, già affrontato in altri articoli. Quando si chiede troppo alle proprie vertebre, i muscoli che le circondano tendono a bloccarsi, come a volerle proteggere da ulteriori movimenti pericolosi. In questa situazione è impossibile danzare: servono in genere 24 ore per ritrovare la mobilità normale ed altre 24 per un pieno recupero. Qualche antidolorifico vi toccherà prenderlo, ma vi sconsiglio di stare a letto, anzi per accelerare la guarigione io ricorro ad una asana tra le più benefiche.

Pur non soffrendo di questa problematica, ho capito che l’ernia del disco intervertebrale provoca sintomi simili a quella in cui mi trovo adesso, però più gravi. Se il vostro ricorrente dolore alla zona lombare della schiena persiste per giorni e giorni senza miglioramenti stabili, non limitatevi a leggere blog, fatevi una risonanza magnetica.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Amo i Ronds de Jambe

dancer before class

la sbarra (quasi) tutti i giorni

Il training quotidiano di molte compagnie professionali è costituito da una lezione di balletto classico, opportunamente calibrata sulle caratteristiche della formazione. Dal momento che la sbarra ha uno svolgimento tipico ed una sequenza di esercizi ben riconoscibile, tutti coloro che vi si cimentano regolarmente hanno un esercizio che preferiscono agli altri. A me piace il ronds de jambe.  La mia simpatia non è dovuta a ragioni estetiche, anche se questo è un movimento tra i più eleganti de la danse classique. Io preferisco l’esercizio di ronds per ragioni propriocettive. Finché sono par terre, cioè finché i piedi disegnano un semicerchio con la punta delle dita appoggiata per terra, il movimento della testa del femore dentro la cavità dell’anca mi restituisce la bella sensazione di lubrificare tutti gli elementi dell’articolazione che sarà più maltrattata durante la giornata di prove, compresi i legamenti e le parti cartilaginee. Quando invece eseguo il rond de jambe senza appoggiare le dita sul pavimento, ovvero con la gamba a 45 gradi circa, la circonduzione ha delle ripercussioni sul bacino, il cui movimento influenza la forma della colonna vertebrale. A curve diverse corrisponde una posizione diversa del torso, così testa e collo si troveranno a compiere una piccola flessione, sempre che voi non glielo impediate, azione che vi sconsiglio. Questa mini movimento in avanti di testa e collo, in relazione allo abduzione indietro di una gamba rispetto al bacino, è largamente accettata dalla tradizione e molti lettori l’avranno già riconosciuta. Nel sistema Vaganova questo minimo spostamento sul piano sagittale di testa e collo – sempre contemporaneo ad una loro rotazione – è chiamata en dedans della testa. Le migliori insegnanti del metodo sovietico, tra le poche Mariella Ermini, spiegano correttamente il senso di questo atteggiamento: non un atto di abbellimento, ma la ripercussione motoria dell’antiversione del bacino e della spinta che questa sua inclinazione imprime alle vertebre.

Nella piccola esperienza propriocettiva sopra descritta ci sono le ragioni della mia simpatia per questo centenario esercizio: perché grazie alla sua circolarità, coinvolge, seppur dolcemente, tutto il corpo. Amo il rond de jambe perché la tenerezza con cui mette in discussione il mio equilibrio mi pone senza inutili resistenze psicofisiche davanti all’obiettivo quotidiano del danzatore: ricercare e tutelare la mobilità del corpo, quali che siano le forme richieste. Più di altri esercizi, un rond ben eseguito ha dunque la capacità di risvegliare in me percezioni di tipo dinamico. Dove va il peso? Sto usando troppa forza o la sto usando nel momento sbagliato? Sto bloccando il movimento? Dopo les ronds, la giornata prende la giusta piega. Ed il vostro esercizio preferito, qual’è?

La più famosa è Sylvie Guillem

Mademoiselle Non

Mademoiselle Non

Una bella mattina di giugno ho partecipato ad un incontro tra appassionati di danza e la ballerina più famosa del mondo dopo Maria Taglioni, cioè Sylvie Guillem. L’evento, organizzato dal Maggio Musicale Fiorentino, si è svolto in un saloncino del foyer, alla presenza di una trentina di persone tra cui qualche giornalista, il direttore di MaggioDanza ed il ballerino Alessandro Riga. Brillante come me la immaginavo, Sylvie Guillem ha parlato a lungo, sia rispondendo alle domande dei fans, sia condotta dall’affiorare spontaneo dei propri ricordi. Lasciando alle riviste di settore di fornire il resoconto completo della conferenza, mi limiterò a riferire solo una minima parte delle affermazioni fatte dalla ballerina francese, alcune perché raccontano fatti di cui non ero a conoscenza, altre perché sono meritevoli di riflessione.

Ripercorrendo gli incredibili inizi della propria carriera, Sylvie Guillem ha rievocato la sua prima visita a Firenze, quando non era che un rimpiazzo del corpo di ballo dell’Opéra de Paris. Era l’anno 1982, due anni prima che Nureyev scoprisse l’impetuoso talento della giovanissima e – in sprezzo alle secolari convenzioni della prestigiosa compagnia francese – la incoronasse étoile. Di tempo ne è passato moltissimo, eppure la grande star ricorda nitidamente quel lontano soggiorno, in cui non ebbe la possibilità di danzare, ma durante il quale, seduta ad un bar del centro con gli altri rimpiazzi, poté gustare il suo primo vero caffè.

Ma cosa altro si ricorda dei propri inizi, Sylvie? “Non ho mai dovuto sforzarmi per danzare, e così mi annoiavo abbastanza sia in classe che alle prove. Se non avessi iniziato a partecipare agli spettacoli probabilmente avrei lasciato tutto. Invece sulla scena ho sentito che accadeva qualcosa di magico tra pubblico e ballerini, ho percepito una elettricità che mi ha incuriosito allora e mi stimola ancora oggi”. Capisco. E perché ha lasciato l’Opéra proprio quando ne era l’étoile più giovane ed acclamata? “Perché nonostante la rivoluzione culturale che aveva iniziato Nureyev negli anni della sua direzione artistica, il corpo di ballo dell’Opéra Garnier è una compagnia imbrigliata da troppe regole, che uccidono la passione che è alla base dell’arte.” Capisco anche questo.

Qualcuno del pubblico, cambiando argomento, chiede a Sylvie del suo rapporto con i lavori di Forsythe, ovvero del suo interesse per la danza contemporanea, visto che recentemente, in coppia col nostro amato Murru, l’artista ha perfino tentato la via dell’improvvisazione. Cerco di seguire l’articolata risposta, ma la mia mente è rimasta ostaggio delle regole che uccidono l’arte. A quali regole si riferisce esattamente la scheletrica danzatrice? Suppongo a quelle che impediscono ai giovani talenti di esprimere il loro potenziale, regole che Parigi si concretizzano in una rigida gerarchia, a causa della quale difficilmente un giovane potrà danzare ruoli importanti se sono reclamati da colleghi meno bravi che però lo sopravanzano gerarchicamente.

Questa esecrabile organizzazione gerarchica non esiste ovunque. Per esempio nella mia compagnia, di medie dimensioni, è stata adottata una organizzazione più duttile. Sarà per questo motivo che io, ed i miei colleghi coetanei, siamo sempre felici di lasciare che i giovani esprimano tutto il loro genio, in genere molto più alto di quello che avevo io alla loro età. Sarebbe opportuno che Sylvie Guillem specificasse meglio quali regole vorrebbe abolire, perché non vorrei che qualcuno fra i presenti – fraintendendone le parole – comprendesse che insieme agli odiosi privilegi dei veterani bisogna eliminare anche i veterani. Non vorrei che qualcuno cercasse di trasformare la facoltosa ballerina nella paladina del precariato a vita per tutti i danzatori.

sylvie Guillem and Nureyev on the beach with a turtles

Pas de Trois (Guillem, Nureyev, Turtles)

Secondo me per una compagnia istituzionale è fisiologico avere qualche membro maturo in organico, purché la media tra le età dei suoi membri sia mantenuta intorno ai trenta. Non è difficile, basta assumere ogni tanto un giovane danzatore, scegliendolo tra i più meritevoli. Rispetto alle enormi spese che si affrontano per inutili infrastrutture, odiose armi di distruzione, opere liriche di discutibile valore, mantenere il ricambio generazionale di una compagnia di danza costa relativamente poco. Oltretutto la presenza di artisti maturi in organico può essere virtuosa. È sufficiente che la compagnia sia diretta da personalità in grado di utilizzare quei danzatori che, prossimi al ritiro, non possono competere atleticamente con i danzatori ventenni, ma che possono portare sulla scena duttilità, esperienza e carisma. Da qualche tempo si sta cercando di costruire un futuro dove tutte le compagnie di danza, anche quelle istituzionali, sono formate esclusivamente da giovanissimi e giovani precari. Un futuro dove i danzatori non hanno neanche la speranza di giungere alla tranquillità economica, a comprarsi una casa, perché il loro datore di lavoro potrebbe non rinnovargli il contratto, anche senza motivo. Dove il mestiere di danzatore finisce a trent’anni, ma la pensione, ammesso che ci sia il tempo di acquisirne il diritto, si percepisce a quarantasei. Che brutta prospettiva! A queste condizioni sempre meno giovani affronteranno i sacrifici necessari a formarsi come danzatori ed a procurarsi una scrittura. Speriamo che la guerra, molto ideologica, dichiarata ai contratti a tempo indeterminato, non comporti la fine della professione di danzatore.

Quando riemergo da queste tristi visioni profetiche l’incontro con Sylvie Guillem si sta avviando alla conclusione. La ballerina è scesa dal palchetto da cui stava parlando per regalare baci e fotografie alle fans più scatenate. Mi avvicino anche io alla celebrità, incredulo di poter vedere così da vicino i suoi capelli rossi, ed è così che apprendo qualcosa di cui non ero assolutamente a conoscenza. La pronuncia esatta del cognome della nostra étoile non è quella che io, come molti altri, supponevo: da ora in poi diremo w ghillem, e non ghiem.

LICEI COREUTICI: le punte in cartella

Dopo un iniziale e comprensibile periodo di incubazione il numero dei Licei Coreutici sta crescendo, e così l’interesse nei giovanissimi appassionati di danza si sta trasformando in una vera e propria febbre.  Se riconoscete in voi i primi sintomi, leggete con attenzione le faq che troverete sul sito del Liceo Coreutico di Trento: almeno una delle domande che vi turbano troverà una risposta semplice e chiara. Una fonte attendibile mi rivela che ci dovrebbero essere licei coreutici attivi nelle città di cui sotto pubblico un elenco in ordine casuale. Trovo divertente che esistano esemplari del nuovo liceo in piccole cittadine come Parabita, vicino Gallipoli, mentre non ve ne sono in grandi capoluoghi come Firenze.

ph marco borrelli

foto Marco Borrelli

Ecco l’elenco, ma non è escluso che manchi qualche città: Satriano; Napoli; Torino; Verona; Perugia; Ostia Lido; Crotone; Trento; Pescara; Livorno; Bisceglie; Salerno; Parabita; Genova; Teramo; Udine; Arezzo; Reggio Emilia; Busto Arsizio; Roma.

Se la vostra città non fa parte dell’elenco, controllerei il sito dell’Accademia Nazionale Danza, dove è pubblicata una lista aggiornata dei licei coreutici convenzionati, con indirizzi e recapiti di posta elettronica. Non credo che ne esistano di non convenzionati, perché mentre un Liceo Musicale stipula una convenzione con il Conservatorio di sua scelta (per tutto ciò che servirà alla didattica, compresi i maestri di musica), un Liceo Coreutico è obbligato a stipularla con l’Accademia Nazionale di Roma. Per lo meno fino ad oggi.

Mi sento in dovere di ricordare ai lettori che – nonostante vi sia da superare un test di ammissione – la missione dei Licei Coreutici è quella di crescere ed educare i giovani studenti attraverso la pratica e la cultura della danza, che è obiettivo assai diverso dal formare danzatori professionisti. Il test di ingresso serve per lo più a verificare che il candidato non possegga qualche deficit motorio insormontabile. Infatti, mentre una conoscenza basilare della matematica è certificata dall’esame in uscita dalle medie, le capacità motorie necessarie a danzare dovranno essere verificate all’ingresso alla scuola secondaria di secondo grado. Anche l’iscrizione ai Licei Musicali è subordinata ad una simile verifica. Il provino di ammissione costituisce inoltre un imprescindibile momento di confronto tra i genitori dello studente e i futuri professori: perché pensate che vostra figlia troverà stimolo e soddisfazione nell’educarsi attraverso la danza? Parliamone…

Io sono con MaggioDanza

Zaloa Fabbrini, di MaggioDanza.

Zaloa Fabbrini, di MaggioDanza (Ph Marco Borrelli)

Sono sicuro che anche a voi è giunta la nefasta notizia che il commissario straordinario del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – Francesco Bianchi – intende chiudere definitivamente MaggioDanza, una compagnia tra le più attive nel panorama nazionale. Le ragioni addotte dal commissario – tutte di natura economica – secondo me palesano un totale disinteresse nei confronti della danza e della sua storia. Se avete desiderio di aiutare a scongiurare l’arbitrario e miope progetto di cancellare una compagnia di danza che esiste da cinquant’anni, potete incanalare il vostro risentimento sul gruppo fb “noi che vogliamo che il teatro del maggio musicale non chiuda”. Sul gruppo troverete tutte le info relative alle future iniziative di sensibilizzazione e protesta, oltre che commenti e filmati di solidarietà.

Su wikipedia si trova un profilo storico di MaggioDanza che misura la gravità della ferita che si sta per infliggere alla città di Firenze. Lo stesso profilo è stato postato anche sul profilo del ministro dei Beni Culturali Massimo Bray, dove molti lo stanno sostenendo con un “mi piace”, o protestano con un loro post.

I filmati di solidarietà pervenuti ai danzatori fiorentini da parte di altre formazioni, coreografi o personalità note nel mondo della danza, sono raccolti in una toccante playlist di youtube. La playlist è destinata a crescere, al momento elenca già 20 brevi filmati: c’è Zubin Mehta, Carla Fracci, Alessandro Riga, ma c’è anche il messaggio del Corpo di Ballo del teatro alla Scala.

Esiste infine una petizione per ostacolare il lento, ma inesorabile, smantellamento di tutti i reparti produttivi del Teatro del Maggio. Vi si può aderire qui, magari aggiungendo un commento specifico sull’imminente chiusura di MaggioDanza.

Fatevi sentire, prima che sia troppo tardi…

 

BISOGNI DI DANZATORE

dancers

anche i cigni hanno le loro esigenze

Sulle pareti dei grandi palcoscenici, sospeso a decine di metri di altezza, c’è in genere un lungo ballatoio. Come altri meccanismi che permettono il funzionamento dello spettacolo teatrale, anche questo balconcino affacciato sulla scena è nascosto dietro il boccascena, celato allo sguardo del pubblico da quinte e fondali.
Sebbene sia frequentato anche da elettricisti, il ballatoio mi è sempre apparso come il regno dei macchinisti. Alcuni di loro passano la maggior parte del turno sul ballatoio, non scendono quasi mai in palcoscenico e vedono gli spettacoli sempre dall’alto. Per questo motivo a chi, come me, danza sulle tavole del palco, può capitare di conoscere bene le bestemmie di un macchinista di cui ignora invece le fattezze. Secondo me alcuni macchinisti vivono sul ballatoio, oppure ancora più in alto, sulla graticcia, perennemente indaffarati con funi e carrucole. Deve essere per questo motivo che il Teatro Comunale di Bologna ha un bagno a cui si accede direttamente ed esclusivamente dal ballatoio.
Un bagno in piena regola, sebbene minuscolo. Persino confortevole, perché dotato di un piccolo abbaino affacciato sui tetti di Bologna. Ho scoperto questa romantica ritirata per caso, una sera poco prima di entrare in scena, grazie ad una gioviale sarta che me ne ha svelato l’esistenza. Sono tutti occupati? Allora guarda: shali queste scalette, prendi la porta a destra, shali ancora, altra porticina, segui il ballatoio fino a dietro il fondale, passi il terrazzino stretto che guarda sul retropalco e lì dovresti vedere un bagnetto.
Non è stato facile seguire le indicazioni dell’anziana signora. Anche perché lo stretto ballatoio era già immerso nell’oscurità che vige dietro le quinte durante gli spettacoli. Quando, dopo lunghi minuti, sono arrivato a destinazione, ero già preda di vertigini. Però ne valeva la pena: il bagnetto era ancora illuminato dalla luce del tramonto che penetrava dalla finestrella sul tetto dell’edificio. E poi che soddisfazione fare la pipì praticamente in scena, accolti in un intimo rifugio nascosto dentro il luogo della massima esposizione.

SCHELETRO DEL DANZATORE

my skeleton

mezzo scheletro ad istinto

Ho provato a disegnare il mio scheletro a memoria, ad istinto. Mi sono sdraiato su un grande foglio bianco ed un collega ha disegnato il mio contorno. Poi, senza consultare un atlante anatomico, ci ho disegnato il mio scheletro dentro. Si tratta di un esperimento suggerito da Andrea Olsen nel suo bellissimo libro Anatomia esperienziale. Trentuno lezioni pratiche. L’anatomia esperienziale rappresenta una guida alla scoperta del nostro corpo attraverso l’esperienza che ne facciamo, ovvero principalmente attraverso la propriocezione ed il tatto. Un approccio all’anatomia illuminante per i danzatori classici, che possono finalmente condurre dei veri e propri esperimenti con gli strumenti che incidono più di ogni altra variabile sulla qualità del loro movimento. Grandi estimatrici dell’anatomia esperienziale sono Stefania Losasso – professoressa di fisiodanza presso l’accademia di roma – e la coreografa Simona Bucci, una delle più innovative pedagoghe del nostro paese.

Io per finire il disegno del mio scheletro ci ho messo circa mezz’ora. Alcune zone non sapevo bene come disegnarle, anche se ne avevo chiara la forma, altre invece non riuscivo neppure ad immaginarle, ad esempio la connessione tra ischi e pube. Mi sono accorto troppo tardi che avevo disegnato la tibia troppo grande rispetto al femore. Non dovrei rendere pubblico il disegno del mio scheletro, rivela molte più informazioni sulla mia psiche che sulle mie articolazioni: in effetti mi vergogno un po’ ad aver pensato di avere i metatarsi così corti.

Piccolo furto a TanzQuartier Wien

MuseumsQuartier Wien, avercene!

MuseumsQuartier Wien, avercene!

Ho passato gli ultimi giorni delle vacanze a Vienna. Una città piacevole ed elegante, che mi ha accolto riempiendo le sue vie più belle di luci natalizie. Se, come me, amate immergervi nell’arte, la capitale austriaca appagherà i vostri desideri. Il maestoso palazzo imperiale, il duomo, le numerose chiese barocche, la palazzina della Secessione… Più che dai monumenti storici, comunque imperdibili, mi sono lasciato intrigare dalla riscoperta del movimento artistico che si è sviluppato nella metropoli intorno all’inizio del secolo scorso. Sto alludendo alla Secessione viennese, espressione nazionale dell’ampia rivoluzione art nouveau che stava esplodendo in Europa. Solo per visitare le principali collezioni cittadine dedicate ai noti esponenti della Sezession ci vorrebbe una settimana. Non si tratta evidentemente solo di quadri, ma anche e soprattutto di mobili, oggetti d’uso domestico come piatti o teiere, tessuti. Però la comprensibile attenzione che Vienna dedica ai propri grandi artisti, in particolare a Klimt ed allo sfortunato Schiele, non è minore delle risorse che questa città dedica alle arti della contemporaneità, e tra queste alla danza.
Incastonato in uno dei 10 più grandi complessi culturali del mondo – il MuseumsQuartier è un’area dedicata all’arte di circa 60.000 mq – ha infatti sede il quartier generale della danza contemporanea austriaca. Negli studios del TanzQuartier Wien si svolgono tutto l’anno lezioni, workshop e seminari teorici, presentazioni di libri e tavole rotonde. Il TanzQuartier Wien ha – ovviamente – una sua regolare stagione di spettacoli e performances, al momento confezionata dal direttore artistico Walter Heun, ed ospitata nelle sale pubbliche di cui è ampiamente dotato il MuseumsQuartier. leggo tutto

LA DANZA DEGLI ABBONATI

Michelangelo Colucci

MaggioDanza prova Sechs Tanze di Kylian

Domenica pomeriggio mi sono recato al Teatro Verdi di Firenze per vedere uno spettacolo di danza composto da due coreografie brevi più una di media durata. Il trittico, proposto da MaggioDanza, comprendeva due titoli che conoscevo già – Sechs Tänze e Annonciation – più una novità: Le Noces, del coreografo emergente di origini greche Andonis Foniadakis. Non sto per recensire ciò che è avvenuto sul palcoscenico, vorrei piuttosto raccontare ciò che ho visto e sentito tra le file della platea, lo spettacolo del pubblico.
Accedo alla sala del Verdi pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo, ricevendone immediatamente una impressione positiva: non mi capitava da tanto tempo di vedere una platea al completo per uno spettacolo di danza. Il sorriso dura poco, perché un istante dopo mi accorgo che le persone sedute sono quasi tutte molto anziane. Tra le file di poltrone rosse spuntano solo teste bianche. Strano però, i titoli in programma non sono tali da richiamare quel tipo di pubblico, solitamente poco attratto dalla danza contemporanea. C’è solo una spiegazione: sono tutti abbonati. Magari il pacchetto argento comprende 4 opere 3 concerti, più 2 balletti a scelta purché la data sia una domenica pomeriggio.

Mi siedo un attimo prima che si alzi il sipario, vagamente intristito. Qualche fila davanti alla mia, una signora piuttosto anziana, resa particolarmente visibile da una cofana di capelli cotonati, inizia a tossire. Ma da dove arriva questo spiffero freddo, sembra chiedersi, tutta colpa di questa maledetta aria condizionata. Alla freddolosa signora non resta allora che mettersi una sciarpa attorno al magro collo, poi di infilarsi il golfino, ed infine il soprabito, menomale che l’ho portato. Assorta da tutte queste manovre la nonnina non si accorge neppure che la spettatrice seduta nel posto alla sua destra ostenta una opposta situazione termica. Proprio mentre la prima trattiene a stento continui colpi di tosse secca, la seconda signora,  di piccola statura, sgargiante nella sua canottiera di lustrini, estrae dalla borsetta un bel ventaglio ed inizia a farsi aria sul viso. Che caldo insopportabile in questo teatro, ma perché non accendono l’aria condizionata?
Almeno queste due spettatrici stavano in silenzio. Dopo l’intervallo, non abbastanza lontano da me, sulla stessa fila, due irrequiete signore iniziano a scambiarsi brevi domande circa quello che stanno vedendo. Per una decina di minuti provano vicendevolmente a rispondersi, nell’orecchio. Ah ecco, lui è lo sposo, e quello invece è il testimone. Tentano di rincuorarsi. Però che bella ragazza è la promessa sposa! Dopo una decina di minuti la perplessità cede però il passo allo sconforto: le due donne riducono il loro dialogo sottovoce ad uno scambio di mah, intervallati da brevi sospiri. Mah… dubita una; mah… incalza l’altra. Mah… si risponde definitivamente la prima.

Per quel che vale, il mio giudizio sullo spettacolo è positivo. Capolavoro Annonciation di Preljocaj, capace di evocare dettati cosmologici medioevali e fragili complicità tra donne spaventate dal loro stesso compito. Interessante la creazione di Foniadakis, che accetta la sfida di imbrigliare il proprio flusso dinamico nelle pose plastiche di gruppo che caratterizzavano la coreografia originaria di Bronislava Nijinska. In buona forma la compagnia, tra cui mi piace di segnalare Michelangelo Chelucci, completamente attraversato dal segno coreografico, senza tuttavia apparirmi indemoniato.

IL BRIVIDO DELLA PRECISIONE

The Vertiginous Thrill of Exactitude (Forsythe, 1996)

The Vertiginous Thrill of Exactitude (Forsythe, 1996)

La tecnica è semplice, mentre danzare è complicato come la mente.

Cerchiamo sempre una giusta via di mezzo che nessuno conosce,

esistono infatti solo ruzzoloni.

Si prende le distanze, inutilmente.

Che fatica le misure!